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*L'urlo silenzioso, l'amore e l'angelo*Conoscevo un ragazzo anni fa. La prima volta che lo incontrai ero piccola, avevo dodici anni, lui quattordici. Era bassino e cicciotello, aveva i capelli ricci e folti. Al collo portava una catena. In quei tempi andava di moda. Era il cugino di altri due ragazzi che conoscevo. Non sapevo altro di lui. Era un “amico” dell’estate e stop. Non mi interessava altro di lui. Ma il destino (o il caso?!) fa strani scherzi, intreccia le vite di persone apparentemente lontane. Ci gioca con le nostre vite, il destino, ci mette davanti a situazioni impreviste, talvolta assurde, forse per vedere come reagiamo, o forse, semplicemente, per ridere di noi, del nostro affannarci per non perire. [Li ho scritti per te questi ricordi, Gè, questo pezzo di vita… Perché spesso ci si dimentica delle sensazioni, e degli attimi. Perché spesso, agli occhi di che non ci conosce, le nostre azioni appaiono insensate, logore e sporche a volte. Ma io ti conosco, Gè .E tu mi conosci. E forse, tra i tanti che ti sono vicini io sono l’unica che capisce, che vede oltre le tue azioni, che riesce a leggere tra le righe che scrivi e a sentire quello che non dici..] Non vidi quel ragazzino coi capelli ricci per due anni, forse tre… finché non mi arrivò un suo squillo. Non mi ricordavo nemmeno chi fosse. Me lo disse lui. Scoprii alcune cose sul suo conto. Non era di Torre, come credevo io. Abitava a Como. Strappato alle origini, dai punti fermi, costretto in una realtà completamente diversa da quella che aveva vissuto fino ad ora. Era solo una voce, ma era la mia voce, era il mio Genny. Sbattuto a centinaia di chilometri da me, era il mio rifugio.. Quando ci telefonavamo era un rituale comune quello di stendersi nella vasca da bagno, spegnere le luci, chiudere gli occhi e sognare. Sognavamo Bologna, la facoltà di psicologia, una terrazza, due sdraio e le stelle. E la fresca brezza estiva che ci accarezzava. Sognavamo i viaggi, il mondo…Natasha e Genny cittadini del mondo…Sognavamo il NOSTRO viaggio Napoli – Como – Svizzera – Germania – Francia – Spagna – Portogallo – Brasile – Messico – Argentina – Cuba – States – Canada, e poi Australia, Tokyo, Cina… E bastava stare stesi in quella vasca, e chiudere gli occhi per sentire il profumo degli Champs-Elysees, per sentire il sapore della piccante cucina messicana, per assistere alle Corride spagnole, per sentire sulla pelle il calore del Kenya o per vedere i grattacieli di Tokyo. Parlare al telefono è più facile che guardare una persona negli occhi. Non ci sono freni inibitori. E tra noi non c’erano. Si parlava di tutto. Così io ero io e lui era lui. Tanto non avevamo niente da perdere. Volevo bene a quel ragazzino senza volto, mi piaceva la sua semplicità, la sua ingenuità. Ci vedemmo nell’ Agosto del 2003. Non ci furono parole, solo un abbraccio fortissimo. Fu un’estate magica. Stesi su quelle asciugamani, vicini al fuoco, ascoltando The Man In The Moon, le stelle ci guardavano, e noi sorridevamo cantando, in attesa che ne cadesse una. Quel ragazzino non aveva più i capelli ricci, adesso li portava corti, con una treccia piccolissima dietro la nuca. Quel ragazzino non era più solo una voce. Quel ragazzino aveva un volto, uno sguardo, delle espressioni. Quel ragazzino era mio Amico. Quell’ estate passò in fretta, ma fu così intensa che rimarrà nella storia. Per tutti. In un modo o nell’ altro. Arrivò il freddo, la pioggia, ricominciò la scuola. Eppure quasi ogni sera ero stesa nella mia vasca a sognare con lui. E sognando passò il freddo, ci rivedemmo a Natale. Continuavamo a sentirci. Lui aveva la maturità, a me la scuola era finita già da un bel pezzo. D’estate io non riesco mai a dormire. Era l’una di notte più o meno, era inizio Luglio. Squilla il telefono. “Nata, sono stato bocciato” “Tranquillo Gè, ti rifai l’anno prossimo”. Il mio amico era lo stesso, non era cambiato. Ingenuo, con un mondo dentro che solo io conoscevo. Il mio amico era speciale, perché non aveva perso il sorriso e l’ingenuità dei bambini. Il primo Agosto del 2004, il primo ballo lento dei miei 16 anni lo ballai con lui. I’ ll Be Missing You. Lui, Joe e Dà mi avevano organizzato una festa a sorpresa, con tanto di torta di crepès. Fu il regalo più bello che potessi ricevere. Quel campeggio non era più lo stesso senza Rà, ma avevo i miei amici. E quante notti sono scappata fuori con loro, per andare a ballare al Cucaracha, o per giocare al biliardo, mentre mamma dormiva. Tornavamo ai primi accenni del mattino. In spiaggia a vedere l’alba. Il sole spuntava dall’ acqua, grosso e arancione. Qualche volta ci buttavamo in acqua, altre andavamo a dormire direttamente. Il campeggio si svegliava e noi tornavamo a dormire… I falchi della notte ^_^ . Quante cazzate. Le EMME, Shogun…Ogni cosa diventava mito, un tormentone che si diffondeva per il campeggio. E’ ancora così. Questa capacità di trasmettere allegria ci è rimasta. Anche se adesso si è perduto buona parte di quello che eravamo, alcune cose, forse le più importanti, quelle che caratterizzavo ognuno di noi, quelle sono rimaste. [L’ ho scritta per te questa lettera, Gè, per raccontare dei cambiamenti, delle persone che crescono. E per raccontare del dolore, delle insicurezze, delle incertezze. Perché crescere a volte fa male. Perché cambi senza accorgertene. E non sai più chi sei, che vuoi. E io scrivo. Per te, Gè, e per me. Per ricordare chi eravamo, e per capire chi siamo ora..] Ancora una volta arrivò il freddo, e la pioggia. Il cotone era stato sostituito dalla lana, e tutto stava ricominciando. Il tempo passò veloce, fu un inverno pesante, ma per niente noioso… 11-15 Marzo: Praga!! Ma dopotutto io ero sempre a Napoli, e lui sempre a Como. Cominciammo a sentirci sempre meno spesso. Cosa stava facendo? Che gli accadeva? Non lo sapevo, e attendevo. Non so bene cosa. Un suo urlo silenzioso forse. Come sempre. L’urlo si fece attendere, ma arrivò. Arrivò in un pomeriggio caldo di Maggio. L’avevo ritrovato, il mio amico. Apparentemente cambiato era sempre se stesso. Ora più che mai. Fragile e dolce. E innamorato. Di un amore diverso di quelli precedenti. Ma non era tranquillo, il mio amico. Aveva dato il suo cuore a chi non lo meritava, a chi, egoisticamente lo aveva fatto cadere, glielo aveva rotto quel cuore… [Ti ricordi come stavi, Gè? Io me lo ricordo. Mi ricordo le tue lacrime, la mia rabbia per chi aveva saputo pensare solo a se stesso. E hai avuto paura. E certe paure non ti passano più, ti rimangono dentro. Come cicatrici. Vero, Gè?] Maggio, Giugno, Luglio passarono in fretta. E il mio amico diceva a me di aver dimenticato, voleva convincere se stesso forse. E arrivò anche Agosto. E lo riguardai negli occhi. Gli stessi occhi che mi avevano guardato due anni prima, e due anni prima ancora. Gli stessi occhi del ragazzino basso e cicciotto con i capelli folti e ricci, e con la catena al collo. Erano gli stessi occhi, lo stesso sguardo. Ce l’avevo li davanti, era ancora lui, provato, e stanco, ma l’allegria, i tormentoni, i miti, il fuoco, le canzoni, il laghetto, le stelle… Era tutto come sempre. Eterno e immutabile. Immutabile come le nostre essenze. [Qualcuno non ci crede. Qualcuno pensa che le persone oltre a cambiare fuori, cambino anche dentro. Io no. Io credo che le persone non cambino. Ma spesso non ce ne accorgiamo. Perché molti indossano una maschera. E a lungo andare la maschera si rovina. Si rompe. Bisogna cambiarla. Eccolo qua il cambiamento, amico mio. E quello che c’è sotto la maschera cambia? No. L’unica cosa vera e sincera in noi, l’unica cosa che non cambia mai la teniamo nascosta dietro una maschera poco duratura. E allora forse mi viene in mente che dovremmo smettere di essere quello che gli altri vogliono che noi siamo. Mi viene in mente che forse questa stupida maschera dovrebbe essere buttata via. Ma no, non lo facciamo. Perché è pericoloso mostrare se stessi, perché si può essere feriti. O uccisi. Perchè la vita non sembra essere altro che una lotta alla sopravvivenza. Cos’è successo quando hai tolto via quella maschera, Gè? Come ti sentivi? Insicuro? Esposto a qualcosa più grande di te… Dove l’hai cercata la sicurezza? L’hai trovata? L’hai persa? Perché nessuno se lo è mai chiesto, Gè? Perché ognuno ha guardato solo alle tue azioni senza pensare alle motivazioni?] Settembre non si fece attendere per nulla. Il mio amico aveva conosciuto un ragazzo…Mi parlava spesso di lui. Era bello, ricco, dolce. Lo riempiva di attenzioni, e di regali. Tanti, troppi forse. Spiazzato e contento al contempo frequentava i locali più belli di Milano e nei ristoranti più rinomati. Il suo primo viaggio fuori dall’ Italia…Nizza. Catapultato ancora una volta in una realtà diversa dalla sua, ci mise poco ad abituarsi agli agi. E cominciò a volere tutto e subito dalla vita milanese. E quella maschera che aveva messo via quattro mesi prima, la ritirò fuori dall’armadio. Quel ragazzo in cui aveva cercato la sicurezza, gli aveva dato troppe cose materiali, e lui non si accorgeva che dietro a tutti quei regali c’era anche tanto amore. O forse se ne accorse, ma tardi, Perché nel frattempo aveva conosciuto qualcun altro. Semplice come lui, che preferiva guardare le stelle anziché passare la serata in un locale. E nell’ultimo mese, il mio amico, che restava con me per ore a guardare le stelle, si era quasi dimenticato della loro esistenza. Era troppo preso da quello che c’era in basso per alzare gli occhi al cielo. Ma questo ragazzo glielo aveva ricordato. Gli aveva ricordato come si fa a sognare. E allora la maschera veniva messa e ritolta. Che fare? Scegliere. Tra cosa? Tra la vita che tutti sognano e le stelle. Tra chi? Tra due ragazzi, purtroppo entrambi innamorati. [E’ difficile scegliere, vero Gè? Anche se sapevi a chi tenevi di più sei stato incapace di scegliere. Anzi no. Tu avevi gia deciso. Te l’aveva detto il cuore che fare. Eppure non hai avuto il coraggio di dare un dolore così grande a chi ti amava.. come spiegargli l’universo che avevi dentro? E tutto ciò che non sapeva? Avrebbe capito? E mentre pensavi a come, fare il tempo passava… E all’improvviso ti è sfuggito tutto di mano.] Incapace di agire mi chiese aiuto. E io glielo diedi. Anche se gli dicevo che sbagliava lo aiutavo ugualmente. E non mi importava del resto. L’importante era aiutarlo mentre era in difficoltà. Ma crollò tutto, e rimase da solo, solo con la sua fatina, che poteva dargli tanto affetto, ma non l’amore.. perché a lui mancava l’amore, il suo amore. Quello vero. Gli mancavano i suoi occhi blu e le stelle, i suoi abbracci e i sogni. E stava male perché il suo amore nel loro sogno non ci credeva più…ma poi l’Amore li ha fatti rincontrare.. perché l’amore è più forte di tutto… perché l’ amore vero vince sempre.. perché adesso stanno insieme e si amano, e l’uno rende felice l’altro. ...E qui finisce la mia storia. Anzi no, il racconto del mio pezzo di vita, perché la mia storia continua. E anche la tua, Gè. Qualcuno lo abbiamo perso, qualcun altro ritrovato. Qualcuno che non conoscevamo è entrato a far parte della nostra vita. E forse dopo tutto questo abbiamo smesso di vederci vivere, e abbiamo cominciato a vivere, e a viverci. E a vivere gli altri. Siano essi amori, amici, fratelli… E ringraziamoli. Ringraziamo chi ci ha fatto ridere, divertire, chi ci ha fatto dimenticare i problemi. Ringraziamo chi ci ha fatto piangere, soffrire, crescere. E gli amici, quelli che ci hanno sostenuto, anche da lontano, poco importa… e gli amori che ci hanno fatto innamorare, sognare, guardare le stelle, sorridere senza motivo. Io ringrazio anche te, per essere te, per essere così, e perché non sei mai cambiato, perché ci sei sempre stato. Perché spero che non perderai mai lo sguardo e l’ingenuità del bambino basso e cicciotto di tanti anni fa… E io resterò la tua fatina… Promesso!! Ti Amo Di Bene Nat.. ogni tanto la ritiro fuori.. è sempre bello ricordare.. 18 mai *_*Preferisco il cinema. Preferisco i gatti. Preferisco le quercie sul fiume Warta. Preferisco Dickens a Dostoevskij. Preferisco me che vuole bene alla gente a me che ama l'umanità. Preferisco avere sottomano ago e filo. Preferisco il colore vrde. Preferisco non affermare che l'intelletto ha la colpa di tutto. Preferisco le eccezioni. Preferisco uscire prima. Preferisco parlar d'altro coi medici. Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio. Preferisco il ridicolo di scrivere poesie Al ridicolo di non scrivere. Solo quando dove non so dove andare so che arriverò da qualche parte. Solo quando ho una meta so che non arriverò mai. Mentre leggi viaggi mentre viaggi vedi, mentre vedi ti decolla la fantasia. E intanto impari una cosa. Che a saperlo guardare, qualsiasi schifoso pezzo di terra è un poema epico, e un testo sacro, e un canzoniere d'amore e un atlante di idee... Finisce che ci credi. |
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